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05/06/2019

Quando sono le parole a fare male

Cominciamo, per favore, a chiamare le cose con il loro nome, perché se è il linguaggio corretto a segnare la dignità delle persone, questo non può venire meno quando una donna resta vittima di violenza. Cgil, Cisl, Uil del Friuli Venezia Giulia partono da qui, per dare corso ad una riflessione a più voci su quel “peso delle parole”, spesso sottovalutato e di cui le donne restano in molte occasioni vittime. Dieci le parole da “bollino rosso”, che stamani hanno fatto capolino in una affollatissima sala d’onore del Comune di Palmanova, da quel “raptus” e quella “follia ”così spesso richiamate quasi a giustificare il gesto violento.
Considerando che in Italia, solo nel 2018, sono state uccise 69 donne e altre 7 milioni sono state picchiate, maltrattate o violentate - ha aperto l’incontro, la segretaria della Uil, Magda Gruarin - «dobbiamo richiamare con forza all’uso delle parole giuste affinché l’opinione pubblica percepisca il fenomeno della violenza di genere per come è davvero, un fenomeno che riguarda tutti ed è purtroppo trasversale a tutte le culture, le classi sociali, le etnie e le religioni».
Occorre, cioè, ha rimarcato la psicologa Irma Fratini dare cittadinanza alle parole, utilizzandole in modo appropriato, non confondendo per superficialità o pregiudizio i significati, soprattutto quando si ha a che fare con quelle donne che la letteratura medica definisce sopravvissute, le vittime che hanno resistito alla violenza e sono riuscite ad uscire dalle gabbie patriarcali, con ferite profondissime. E sul tema delle parole e del loro peso sono intervenute anche l’avvocata e presidente di ZerosuTre, Rosi Toffano e il sostituto procuratore Maria Caterina Pace. E’ lei a raccontare tutta quella “carica emotiva” che accompagna i procedimenti che riguardano i casi di maltrattamento e violenza, quella difficoltà di trovarsi, per le esigenze investigative, faccia a faccia con donne che per la prima volta scelgono di raccontare la propria storia, di esplorare “il territorio dell’indicibile”. Ecco che dalla voce del pubblico ministero prendono forma donne abusate, ma anche bambini a cui l’infanzia è stata sottratta. Storie destinate a rimbalzare nelle cronache, attratte dai particolari più morbosi, ma a porre il distinguo tra buona e cattiva stampa ci pensa la giornalista Luana De Francisco: «Nella giungla del web, le parole devono rimanere un veicolo di verità e se il giornalista è tenuto alla massima correttezza anche al lettore va chiesta consapevolezza rispetto alle fonti e a ciò che legge».
Quanto alle violenze, attenzione, poi, a quello che accade anche nei luoghi di lavoro, «teatro di molestie, discriminazioni, a volte anche violenze che nella stragrande maggioranza dei casi, purtroppo, vengono tollerati, sopportati e taciuti» – ha ricordato Rossana Giacaz, della segreteria regionale Cgil, che ha letto anche un saluto dell'ex segretaria generale Susanna Camusso, oggi responsabile pari opportunità della Cgil nazionale. A supporto delle sue parole i dati Istat secondo i quali una lavoratrice su dieci, nel nostro Paese, subisce ricatti o molestie sessuali. Episodi che soltanto una vittima su 5 trova la forza di raccontare e che quasi mai sfociano in denunce penali. 
Ed è sul lavoro che si è soffermata in chiusura anche Liliana Ocmin, coordinatrice nazionale delle donne della Cisl. «Dobbiamo continuare ad impegnarci per la prevenzione della violenza, sapendo che solo attraverso il lavoro le donne sono davvero libere di scegliere e di sottrarsi ai rapporti malati. Va ancora fatto molto anche in termini culturali, ad esempio sdoganando il pregiudizio per cui una donna non può decidere di svolgere quelle professioni ritenute prettamente maschili». Quanto ai prossimi passi, Ocmin spinge sul tavolo aperto con il Consiglio Superiore della Magistratura, dove «chiediamo un’adeguata formazione dei giudici, rispetto alle tematiche della violenza di genere ed il riconoscimento di una responsabilità civile in caso di cattiva condotta».

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20/08/2019

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